Petrolio: uno sguardo verso il picco
Davide
L’anno scorso abbiamo avuto la fortuna di partecipare al convegno internazionale dell’ASPO (l’associazione per lo studio del picco di petrolio e di gas) che si è tenuto nel parco di San Rossore vicino a Pisa. Nel 2007, invece, l’ASPO Italia ha deciso di tenere il loro primo convegno nello stupendo Salone dei 500 del Palazzo Vecchio di Firenze. Benché non siano arrivati in 500, gli ospiti sono stati numerosi, un segno dell’interesse crescente che abbia questo tema.
Il primo a parlare è stato Ali Morteza Samsam Bakhtiari dell’ASPO-International. Il suo intervento “Verso nondove: una vista dal dopo picco” ha esplorato non solo la sua convinzione che ormai il picco del petrolio è già passato, ma anche l’enormità della sfida che ci aspetta a livello mondiale per superare il cambiamento implicito nel fenomeno. La sua convinzione sul picco arriva dal fatto che gli studi effettuati da lui hanno raggiunto la stessa conclusione di altri studiosi che utilizzano metodi diversi. In particolare, ha fatto riferimento al lavoro di Renato Guseo dell’Università di Padova. Le conclusioni, dopo aver tenuto conto di tutta la produzione che realisticamente sarà disponibile durante i prossimi anni sono che il picco è stato passato durante l’estate del 2006.
Per saperlo con certezza, dovremo aspettare che la storia ci lo racconti. Diversi esponenti dell’ASPO però prevedono il picco tra 2005 e 2011 a secondo delle stime che utilizzano. Samsam Bakhtiari ha indicato che entro il 2020 la produzione attuale mondiale di 82 milioni di barili al giorno circa sarà scesa di un terzo per arrivare intorno a 55 milioni di barili al giorno. Non meno importante a livello mondiale sarà il picco della produzione del gas naturale. Attualmente produciamo 100 trilioni di piedi cubici l’anno (2,83 trilioni di metri cubici circa) con un picco di produzione attesa per il 2008/09. Il calo del dopo picco dovrebbe portare ad una produzione di 93 trilioni di piedi cubici l’anno entro il 2015. Il picco del gas sarà diverso rispetto a quello del petrolio per il semplice fatto che il gas naturale non può essere facilmente trasportato via nave in tutto il mondo come avviene invece per il petrolio. Si può, quindi, prevedere una serie di picchi regionali, con l’Europa in grave difficoltà durante i prossimi anni a causa del calo della produzione russa.
Ha fatto riferimento ai commenti di uno dei fondatori dell’Opec, che il petrolio era una maledizione sia per i produttori che per i consumatori. Sarà la gestione della transizione da adesso fino al 2010 che sarà importante, con un periodo in cui ritorniamo alle nostre radici in termini di stile di vita. In questo senso, le forti radici che hanno i paesi come l’Italia dovrebbero rendere meno dolorosa la transizione.
Dopo Samsam Bakhtiari, ha parlato il Professor Ugo Bardi, presidente dell’ASPO Italia, dell’approccio dei “system dynamics” come utilizzato dai ricercatori del Club di Roma che negli anni ’70 avevano già fatto diversi scenari in cui si poteva vedere la direzione in cui stavamo andando. Il libro “I limiti dello sviluppo”, pubblicato nel 1972 ha creato diversi scenari per il futuro in modo tale da vedere quali erano gli effetti della crescita esponenziale della popolazione è l’attività industriale dell’uomo sul pianeta e, alla fine, su di noi stessi. Questi scenari non servono come “profezie”, ma come esercizi per vedere il tipo di mondo che stiamo creando in modo tale da lavorare per creare un sistema sostenibile nel tempo. La revisione del lavoro nel 2004 non ha comportato dei grandi cambiamenti rispetto al 1972, a parte il fatto chiaramente che abbiamo perso più di 30 anni in cui si poteva fare qualcosa per migliorare le prospettive del mondo nel lungo termine.
Il convegno è stato particolarmente interessante per le varie soluzioni che sono state proposte. Nessuno di loro, bisogna intendersi, prenderà il posto al petrolio nelle nostre vite, ma alcune potrebbero essere interessanti per la produzione dell’energia elettrica. Un esempio è il Kitegen, che è un nuovo modo per fare dell’energia eolica che utilizza una serie di “aquiloni” (come definiti dal fondatore della società) per sfruttare il vento molto più forte che esiste ad un altitudine di almeno 1 chilometro dalla terra. I mulini normali sono più o meno al limite della loro efficienza, perché le condizioni in cambiamento stanno creando dei problemi per la progettazione: il vento più forte delle attese li può fare crollare. Il Kitegen ha il preggio di poter generare fino a 45 volte l’energia che produce un mulino normale ma con il medesimo costo.
In altre presentazioni, sono state spiegate le ragioni per un investimento in energia prodotta dalla fusione nucleare (a differenza della tecnologia tradizionale della fissione nucleare). Questo progetto, finanziato dall’Unione Europea potrebbe dare dell’energia abbondante senza i principali problemi della fissione nucleare, cioè la disponibilità di uranio e l’inquinamento potenziale delle scorie. Il problema è che i finanziamenti di 5 miliardi di euro saranno sufficienti per portare alla commercializzazione di questa energia soltanto a partire dal 2025. E’ curioso confrontare il livello di finanziamento di questo progetto rispetto alla Joint Strike Fighter (l’aereo di caccia) che avrà costi di $45 – 50 miliardi. Evidentemente le nostre priorità non sono ancora sistemate.
Un grazie allo staff di ClubCommodity per la pubblicazione di questo articolo
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