Etanolo, conseguenze e speranze
Francesca
I biofuels da etanolo stanno sconvolgendo le politiche economiche americane e in generale le politiche mondiali. Come mai tutto questo interessere per l’etanolo? I problemi sono molteplici e si rifanno, come sempre quando ci sono così grandi interessi, a questioni economiche da un lato e ambientali dall’altro. Con il sostegno della Casa Bianca, dei produttori di mais e con solidi appoggi in entrambi gli schieramenti del Congresso, le politiche dei governatori degli Stati produttori di mais potrebbero difficilmente essere più rosee in questo momento.
L’etanolo basato sul mais americano è costoso. È vero che l’etanolo può aiutare a tagliare le importazioni di petrolio e fornire una possibile riduzione ai gas dell’effetto serra rispetto alla benzina convenzionale, ma può anche comportare considerevoli rischi. La minaccia più seria, soprattutto per i paesi più poveri, è che come è successo in America, anche in Europa e in Cina il balzo in alto della produzione comporti un ulteriore rialzo nei prezzi del cibo.
L’Unione Europea ha annunciato di voler sostituire il 10% del carburante da trasporto col biofuel a partire dal 2020. La Cina mira a un 15%. Gli Stati Uniti sono già sulla strada di raddoppiare l’ammontare di etanolo utilizzato per il carburante automobilistico dal 2012. Nel suo discorso di Stato dello scorso gennaio il Presidente George W. Bush ha parlato dell’intenzione di raggiungere i 35 miliardi di galloni di biofuel dal 2017. In giugno poi il livello è stato alzato a 36 miliardi di galloni dal 2022. Il Congresso ha dichiarato che di questi 36 miliardi, 15 dovrebbero provenire dal mais e 21 dal biofuel avanzato da altre produzioni.
Spaventano però le distorsioni nella produzione agricola. I prezzi del mais sono saliti di circa il 50% rispetto all’anno scorso, mentre i prezzi della soia si stimano salire ancora di circa il 30% nell’anno a venire poiché i contadini hanno sostituito gli acri di soia col mais. La produzione di etanolo negli Stati Uniti e negli altri continenti, combinata con il cattivo tempo e il rischio di un aumento nella domanda per i mangimi animali in Cina, ha spinto i prezzi globali del mais ai più alti livelli da almeno dieci anni. All’inizio dell’anno la salita dei prezzi per le importazioni dagli Stati Uniti hanno generato proteste di massa in Messico. Il capo dell’UN Food and Agriculture Organization ha avvertito che la salita dei prezzi del cibo potrebbe portare altre agitazioni sociali nei vari paesi in via di sviluppo.
La situazione dell’etanolo influisce dunque attivamente sui prezzi delle varie commodities coinvolte. Studiamole insieme nel dettaglio. L’etanolo in primis è sceso parecchio rispetto ai massimi del giugno 2006 a 4,2300. Ieri ha infatti chiuso a 1,5990 nonostante il rialzo dello 0,56% dopo il minimo toccato il 6 settembre a 1,5390. Ma è importante notare come l’industria di etanolo sia molto più ricca rispetto a quando è entrata in vigore la famosa tassa. All’epoca infatti, nel 2005 per la precisione, l’etanolo toccava i suoi minimi a 1,1500. Il secondo più importante fattore relativo all’etanolo che vorrei qui mettere in evidenza è il mais, prodotto primario da cui si ricava il prezioso biofuel. Negli ultimi tre mesi il prezzo del future è un po’ diminuito, chiudendo comunque ieri a 369,25 in rialzo di 11,00. Ma quel che stupisce è il confronto col prezzo dello stesso periodo nel 2006, quando il mais era a 240,25 dopo essere già risalito dal minimo del gennaio 2006 a 205,00. Dunque sul mercato il prezzo del mais è in realtà oggi aumentato del 50% rispetto all’anno scorso. Abbiamo poi la soia e il frumento, due prodotti la cui coltivazione è stata in parte ridotta per dare più spazio al mais. Il future della soia ha chiuso ieri a 988,50 salendo ancora di 17,50. Nello stesso periodo dell’anno precedente la soia aveva invece toccato il minimo di 538,50. L’aumento nei prezzi della soia è dunque del 83,6% in un solo anno. Il future di frumento ha invece chiuso ieri a 850,00 dopo un mese in cui sappiamo che ha registrato numerosi limit up. Nello stesso periodo l’anno scorso il frumento segnava i 390,50. Il prezzo è dunque aumentato del 117,7%. Immaginiamoci poi quel che accadrà sul prodotto finito!
Questa situazione è in forte contrasto con le attuali politiche economiche statunitensi, che ancora pongono tasse e incentivi ad una produzione di etanolo ormai fortemente avviata. È il caso della tassa federale americana Volumetric Ethanol Excise Tax Credit fissata nel 2005 e prevista fino al 2010, che fissa una “rottura a 51 centesimi a gallone”. Oggi la sovvenzione è del tutto inutile dato che i prezzi dell’etanolo sono strettamente legati ai prezzi del petrolio. La conclusione è che, con il petrolio a $83,32 il barile, rispetto ai $69 dello stesso periodo lo scorso anno, i produttori americani di etanolo semplicemente non hanno più bisogno di alcun sussidio federale per potersi permettere l’acquisto del mais, fondamentale appunto per la produzione di etanolo. L’unica attuale conseguenza del sussidio pare essere dunque quella di aumentare inutilmente il prezzo di tutto il sistema, sfavorendo così i cittadini e i consumatori finali. L’American Meat Institute, il National Chicken Council e la National Turkey Federation hanno inoltre dichiarato che i loro costi, aumentati a causa delle sovvenzioni governative all’etanolo che hanno alzato l’alto il prezzo del mais e degli alimenti per il bestiame, si tradurranno inevitabilmente in prezzi più alti del cibo per il pubblico che lo compra al dettaglio nei supermercati. In più, secondo le aspettative, la domanda di mais da etanolo continuerà a crescere negli anni.
Come conseguenza di questa situazione economica mondiale, l’Organization for Economic Cooperation and Development ha chiesto agli Stati Uniti e alle altre nazioni industrializzate di eliminare le sovvenzioni per la produzione di etanolo che porta in alto i costi per il cibo e altre importanti componenti ambientali. Nel report pubblicata dalla stessa OECD si dichiara che gli impatti globali e ambientali di etanolo e biodisel potrebbero facilmente eccedere quelli della benzina e del diesel. Il problema pare infatti essere anche dal lato ambientale. Spesso si pensa al biofuel di etanolo come alla soluzione per l’effetto serra e per l’inquinamento, ma la realtà è un po’ diversa.
Piuttosto che importare il più economico etanolo brasiliano fatto dalla canna da zucchero, gli Stati Uniti impongono una tariffa da 54 centesimi il gallone sull’etanolo proveniente dal Brasile. Dopodiché il governo fornisce una rottura di tassa di 51 centesimi il gallone ai produttori americani di etanolo, sovvenzione generosa per quei produttori di mais che già ricevono il mais al di sotto del programma delle fattorie. L’etanolo da mais, oltre a essere molto più costoso dell’etanolo da canna da zucchero, ha altresì bisogno di molta terra. Un report dell’OECD di due anni fa ha evidenziato che per sostituire il 10% del carburante americano con il biofuel occorrerebbe circa un terzo del totale delle terre a coltivazione di cereali, soia e zucchero.
Nel frattempo, i benefici ambientali sono modesti. Uno studio pubblicato l’anno scorso da parte di alcuni scienziati dell’Università della California Berkeley ha valutato dopo un’accurata analisi dell’energia utilizzata per la crescita del mais e per la sua trasformazione in etanolo, che lo stesso etanolo da mais ridurrebbe le emissioni del gas per l’effetto sera solo del 13%. Gli Stati Uniti non affronteranno dunque la duplice sfida di diminuire il riscaldamento globale e di ridurre la propria dipendenza da fornitori stranieri di energia fino a quando saranno in grado di ridurre il consumo energetico. Questo dovrebbe essere invece l’obiettivo principale delle politiche economiche globali.
Non c’è niente di sbagliato nello sviluppo di carburanti alternativi, anzi, e c’è una forte speranza tra gli ambientalisti e tra i capitalisti che i più avanzati biofuel, come l’etanolo cellulosico, potranno giocare un ruolo effettivamente decisivo nel ridurre la dipendenza dal petrolio e l’effetto serra. Quello che è sbagliato in questa situazione è che a dirigere le politiche siano fattori negativi quali le inutili sovvenzioni, la deturpazione di paesaggi naturali che sarebbe meglio conservare intatti e la crescita dei prezzi del cibo che colpisce i poveri, piuttosto che un accurato studio scientifico ed economico che possa rendere adeguata la politica energetica americana e mondiale.
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