Petrolio nel Golfo del Messico
Francesca
Da qualche giorno è in atto un’importante protesta in Messico. L’artefice è Andres Manuel Lopez Obrador, ex candidato presidenziale battuto dall’attuale Presidente Felipe Calderon per lo 0,59%. La posizione dei “ribelli” è contro il progetto governativo di aprire ai privati il capitale della compagnia petrolifera messicana Pemex.
I cosiddetti ribelli sono costituiti dalla sinistra all’opposizione, il Partito della rivoluzione democratica (Prd), che ha occupato da cinque giorni coi suoi parlamentari la presidenza di Camera e Senato e ha mobilitato nelle piazze migliaia di militanti. Alleati del Prd, sono intervenuti nella protesta anche il Fronte ampio progressista (Fap), il Partito del lavoro (pt) e Convergencia.
Le forze politiche hanno mostrato appieno la loro determinazione presentandosi al Parlamento con un Esercito cittadino costituente, integrato da diciannovemila “brigatisti” che fungono da task force in caso di interventi alle manifestazioni e per le azioni di protesta. Insieme ai brigatisti è presente anche una squadra femminile conosciuta come Donne in difesa del petrolio, le “Adelitas”, che prendono il nome da un mitico personaggio della Rivoluzione messicana del 1910.
Dopo avere circondato l’edificio del Senato per ventiquattro ore, bloccando all’interno i lavori in aula grazie alla collaborazione dei senatori del Fap, i brigatisti si sono spostati davanti agli studi della tv Televisa, per protestare contro la censura delle informazioni che maschera la vera natura del piano energetico governativo.
Tale natura è il problema centrale che ha dato origine alla rivolta in Messico. Il Prd sostiene infatti che il progetto nasconda un vera e propria privatizzazione, affermazione respinta categoricamente dal Presidente in carica Felipe Calderon.
In contrasto con le posizioni della maggioranza governativa, Andres Manuel Lopez Obrador vuole mantenere a tutti i costi Pemex nella sfera di influenza statale e chiede l’apertura di un dibattito nazionale sul futuro della compagnia.
In particolare non si contesta banalmente il principio della privatizzazione ma il fatto che senza un capitale privato la compagnia petrolifera nazionale non potrebbe affrontare le sfide legate alla ricerca di nuovi pozzi petroliferi.
Se la compagnia cadesse totalmente in mani straniere che ne sarebbe dei ricavati del petrolio? Perché non cercare invece di mantenere l’influenza statale e il possedimento statale per garantire un rientro dei guadagni al Messico stesso? La questione è molto delicata, gli interessi in ballo sono tanti e ognuno, ovviamente, ha il proprio punto di vista.
Il fatto è che secondo stime ufficiali le riserve di petrolio del Paese sono sufficienti al massimo per nove anni, a cui si possono aggiungere riserve probabili per altri dieci. Questo è il motivo per cui è importante operare rapidamente e in maniera efficace nel Golfo del Messico, con l’obiettivo di sfruttare nuovi giacimenti di greggio e gas per altri quaranta o cinquanta anni. Tali giacimenti, però, sono a grande profondità e possono essere sfruttati solo con l’impiego di importanti risorse finanziarie.
Al momento il risultato certo di queste tensioni è dato dall’oscillazione continua del future del petrolio, che ieri ha chiuso a 111,76 salendo del +1,62 con una variazione percentuale del +1,45%.
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